Dopo il piano di riequilibrio, l’unico atto di responsabilità sono le dimissioni

E’ questa la richiesta presentata nell’intervento del consigliere comunale Tarcisio Tarquini. Un piano che ci racconta la realtà dei conti comunali e che indica come il progetto di risanamento, per essere credibile, debba essere gestito chiedendo una nuova investitura popolare. Per attivare energie nuove, per trovare soluzioni che rinnovino la nostra cultura amministrativa, per tutelare i cittadini e le famiglie dalle ricadute sociali negative

@TarcisioTarquini

Questo piano ha un merito, quello si aver costretto la nostra amministrazione comunale a fare i conti con la situazione vera del nostro comune, non la versione tranquillizzante che, pur smentita progressivamente dai numeri, ci è stata rappresentata da oltre un anno a questa parte.

Il parere dei revisori è un documento di storia cittadina, perché racchiude l’evoluzione delle nostre finanze si può dire da venti anni a questa parte. C’è un punto – in una relazione molto controllata e sobria di valutazioni – in cui i revisori esprimono un giudizio generale sulla situazione dell’amministrazione della città. Quando, quasi spazientiti, esortano a un cambiamento di cultura amministrativa. Ed è un ammonimento che tocca la cultura della macchina comunale così come la responsabilità politica di chi governa.

Il rapporto tra chi governa e chi gestisce è certo difficile. Ma anche se le leggi sono cambiate nel corso degli anni, non si può sfuggire alla responsabilità politica, per una semplice ragione: o chi guida l’amministrazione è in grado di fare in modo che le sue linee programmatiche, i suoi obiettivi politici siano attuati, attraverso le misure organizzative necessarie, oppure se non è in grado di fare questo è meglio che si metta da parte.

Il peso che possano avere scelte politiche sbagliate è dimostrato dal caso esploso recentemente sulle misure che hanno depotenziato, nell’immediato, ma che rischiano anche di smobilitare nel futuro non tanto lontano, il corpo della polizia municipale. Decisioni prese dalla Giunta, e quindi dalla sfera politica, che incidono nell’organizzazione della macchina comunale e travisano la priorità dichiarata in sede politica della priorità della sicurezza urbana. La politica, in questo caso, contraddice se stessa, condiziona la sfera amministrativa non per sollecitarla a raggiungere l’obiettivo, ma per una finalità diversa da quella dichiarata. È una vicenda esemplare, che solleva il velo alle tante ipocrisie che si sono sentite in questi mesi.

Questi atteggiamenti si pagano, perché il messaggio che si dà non è sorretto da nulla, diminuisce l’autorevolezza della politica, confonde sulle sue finalità, fa perdere di credibilità al decisore politico. È quello che è avvenuto, ed è la conferma di quello che emerge pure dall’analisi storica del piano di riequilibrio, cioè l’incapacità della politica di dare conseguenza alle sue dichiarazioni, di cogliere i nodi su cui intervenire con la tempestività e la chiarezza necessarie.

Sono anni che il quadro delle difficoltà finanziarie del comune di Alatri è molto chiaro: residui elevati con scarsissima capacità di riscossione, crisi conseguente di liquidità, ricorso ad anticipazioni di cassa elevate, utilizzazione – finché si è potuto – di somme vincolate. Insieme con questo, dal lato della spesa, una struttura della spesa per trasferimenti e servizi più elevata del compatibile e perciò causa che determina una situazione di deficitarietà strutturale. Questa analisi è già enunciata nelle relazioni dei revisori, ben prima che le nuove regole dell’armonizzazione arrivassero a far precipitare la realtà dei nostri conti. Ma l’armonizzazione, con le sue regole dure, non ha fatto altro che aiutare l’emersione della realtà vera, non quella abbellita dai giochi che la finanza locale ha permesso dando spazio a una finanza creativa che permetteva di occultare il debito.

Nonostante i richiami dei revisori, dunque, non si è fatto nulla di efficace; anzi la condizione del nostro bilancio è andata deteriorandosi ogni anno di più, ripetendo all’infinito e naturalmente ingigantendoli i problemi. Su questo c’è un mancato intervento, o ci sono interventi inefficaci, solo dichiarati ma mai attuati. Lo ricordano le relazioni dei revisori. Io stesso ho osservato, nei quindici mesi che sono passati dal momento in cui sono stato eletto in questo consesso, il varo di manovre correttive sempre più pesanti e sempre scarsamente incisive: progressivamente il nostro bilancio si è bloccato e impoverito per il costo del pagamento del debito, per gli interventi pluriennali di ripiano, per l’emergere di debiti da un bilancio all’altro.

Oggi i conti sono chiari e, per come possiamo capire leggendo i documenti e l’intero piano di riequilibrio, le misure sull’entrata e sull’uscita ipotizzata dovrebbero essere sulla carta essere sufficienti ad assicurare il riequilibrio. Parliamo di un monte di passività di circa 18 milioni di euro, una parte del quale sarà coperto dal prestito del fondo di rotazione, ma se non funziona il resto, e cioè quello che finora non ha funzionato, non si otterrà nulla. Il riequilibrio è conseguito solo sulla carta, perché le azioni dal punto di vista delle entrate – che sono quelle risolutive se non si vuole contrarre la spesa fino all’insopportabile, e forse è già qui che siamo anche adesso – sono quelle da attuare e seguire con attenzione. Dal conto mancano, inoltre, e non capiamo perché, proventi eventuali dai condoni che pure potrebbero essere una fonte di entrata ragguardevole e quindi significativa sull’equilibrio economico generale.

Ma qui, sulle entrate e sui provvedimenti messi in atto enunciate nel piano di riequilibrio, siamo nel campo delle probabilità. Pensiamo solo al fatto che lo stesso credito che vantiamo nei confronti dell’ATO 5, certo ed esigibile e per di più vantato nei confronti di un ente politico che noi stessi come comune abbiamo fondato e di cui siamo parte, stenta a materializzarsi in una entrata concreta, indicando una insufficienza politica complessiva della nostra amministrazione comunale.

Si fa gran conto della nuova capacità di riscossione e di recupero, ma dobbiamo chiederci cosa non abbia funzionato nell’esattore che abbiamo avuto fino all’altro ieri. Non è un fatto tecnico. Ci troviamo di fronte a una grande questione politica e sociale allo stesso tempo.

La prima, quella politica, è l’autorevolezza del creditore. La continuità delle sue azioni di controllo, la capacità di intervenire prontamente sul comportamento infedele evitando che dia luogo a un effetto imitativo. Ma anche la capacità di cogliere il disagio e la difficoltà sociale per intervenire sulla sostenibilità delle tasse e dei tributi.

L’esempio più clamoroso è quello della TARI (nell’ultima versione), che peraltro è una parte consistente del debito fuori bilancio rilevato in sede di preparazione del Piano. La tariffa è fatta sui costi da coprire e sulla copertura di questi costi. Un intervento che si sarebbe potuto mettere in cantiere, ai primi segnali di disaffezione alla tassa, sarebbe stato quello di trovare il modo di ricontrattare con la ditta le condizioni del servizio. “Nemo tenetur ad impossibilia” è un principio che sarebbe potuto tornare utile; non si capisce per quale ragione sia possibile imporre a una cooperativa che lavora per il comune e alle persone che lavorano per una manciata d’ore di ridurre il già poco che prendono e non è possibile ridiscutere con La ditta dei rifiuti come attenuare i costi per migliorare le tariffe, dando la possibilità a quella parte di evasori “incolpevoli” di fare il loro dovere senza ridursi allo stato di necessità.

Poteva esserci un piano diverso? Si, ma se ci fosse stata quella cultura amministrativa diversa di cui parlano i revisori. Ma se c fosse stata questa cultura non saremmo arrivati ad aver bisogno di questo piano. Questa la ragione di fondo del mio scetticismo e della mia contrarietà.

Il rischio di avere solamente le ricadute sociali negative. Ancora non siamo partiti e già le abbiamo sotto gli occhi. Le cooperative con compensi ridotti e lavoratori cui sono ridotte le ore. Chiusura di progetti di aiuto alle persone più deboli. Chiusura di progetti che né la regione né il comune sono in grado di finanziare (il Centro giovanile). Peggioramento della pressione fiscale con le aliquote al massimo, dovuto alla cancellazione di agevolazioni. Impossibilità di mettere in atto strategie di incentivazione delle attività produttive. C’è una consistente alienazione, sia pure come ipotesi residuale, del patrimonio comunale, che non si è nemmeno tentato in questi anni di rendere redditivo, con la rinuncia alla funzione sociale cui una parte di esso era destinato, si vedano le case agli sfrattati.

Nel piano si legge un futuro ancora più difficile. L’asilo nido viene cancellato, almeno come problema comunale, perché dal 2019 verrà negata ogni partecipazione alla spesa. I servizi a domanda costeranno di più. Il trasporto scolastico aumenta di fatto e riduce il servizio. La cultura non avrà fondi, i servizi non saranno finanziati e perciò erogati. La dotazione organica del comune si impoverisce con il blocco pressoché totale del turn-over. Pensiamo all’obiettivo di costruire finalmente un’impalcatura digitale sempre più indispensabile, mentre dovremo rinunciare anche alla piccola prestazione. Tutto questo è la conseguenza della scelta del piano di riequilibrio (143 ter del Tuel), tutto ciò era necessario, imboccata questa strada. Ma la vera questione è che si sarebbe potuto fare diversamente, se accanto a ogni taglio ci fosse stata anche una tabella indicando come riorganizzare per evitare tracolli nei settori toccati.

Abbiamo chiesto di indirizzare il discorso su una strada diversa, quella di chiamare alla discussione l’intero consiglio comunale, quella di confrontarsi pubblicamente, quella di riorganizzare davvero la macchina comunale per renderla più efficiente e quindi capace non solo di attuare la fase compressiva ma di progettare anche attività compensative ed espansive. Si trattava di fare una scelta politica di apertura e invece si è da una parte delegato ai tecnici di elaborare il piano, autorizzando una sorta di commissariamento della politica, dall’altra si è chiuso a ogni possibilità di confronto, non costruendo le sedi per renderlo possibile.

Da questo piano uscirà una città più impoverita, più chiusa, con rapporti istituzionali ma anche sociali e civili più poveri e chiusi. Per un numero indefinito di anni assisteremo al declino della nostra comunità. È un destino, però, che non possiamo arrogarci noi il diritto di assegnare e decretare.  Se in un certo modo questo passo è irreversibile, allora è tanto più urgente che venga gestito in modo nuovo, in modo diverso da come siete in grado voi di gestirlo. C’è bisogno di una forza, di un’inventiva, di una capacità di mobilitare energie nuove, di attrarre risorse che questa amministrazione comunale non ha la capacità politica di assicurare e mettere a disposizione della città. Molti dicono oggi che l’amministrazione comunale sarà persa per anni, nel senso che dovrà limitarsi a gestire le cose in regime di commissariamento di fatto. Io sono del parere opposto. Proprio perché questa situazione ha vincoli finanziari forti, c’è bisogno di qualcos’altro che non accetti i diktat del commissariamento, riprogetti i servizi con nuovi criteri, guardandosi attorno e prendendo il meglio delle buone pratiche sperimentate altrove. Si dovrebbe riconvertire la strumentazione organizzativa del nostro comune per renderla capace di cogliere le opportunità nuove dei finanziamenti europei o regionali, obiettivi che oggi vengono solo evocati ma rimangono lettera morta, come nel caso dell’ufficio dai tratti molto singolari della fertilizzazione di impresa che non sappiamo se sia stato istituito realmente o meno. Si dovrebbero creare strutture in grado di proporre soluzioni per i giovani, progetti di lavoro vero, utilizzazione produttiva del patrimonio boschivo, agricolo, immobiliare del nostro comune, bonifica delle zone periodicamente a rischio di devastazioni di varia natura, dagli incendi alle frane.

C’è bisogno di affidarsi ai cittadini, non di allontanarli o escluderli o continuare a trattarli come clienti. Sono convinto che voi non siate in condizioni di affrontare questo impegno. Il passo indietro e le dimissioni sono atti di responsabilità, per rimettere la parola in mano ai cittadini. È un passaggio obbligato, una condizione per dare credibilità a questo piano. Ma è anche il modo per dar loro la possibilità di scegliersi un progetto politico diverso, che faccia fronte all’emergenza dei conti ma sappia gestire anche una prospettiva di futuro.

 

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