L’autobiografia del nostro comune nelle delibere per l’uso pubblico di quattro edifici abusivi

Nella seduta del consiglio comunale di lunedì 17 ottobre (ma il punto potrebbe slittare) si deciderà la destinazione a uso pubblico di quattro edifici abusivi. L’alternativa è demolirli. Sono i primi casi di un fenomeno destinato a moltiplicarsi, un “dramma sociale”  che ha responsabili precisi, non solo gli autori dell’abuso. Nel testo delle delibere la storia di una “classe dirigente” distratta o complice.

@TarcisioTarquini

Il testo delle delibere con cui si dispone la destinazione a uso pubblico di alcuni edifici abusivi e non condonabili già acquisiti al patrimonio comunale, è la rappresentazione del caos urbanistico del nostro comune e, nello stesso tempo, è la sintesi della storia ultradecennale dell’irresponsabilità, delle connivenze, delle colpevoli omissioni che hanno contrassegnato il comportamento delle maggioranze succedutesi alla guida dell’amministrazione comunale almeno dall’inizio degli anni duemila ad oggi.

Tre dei quattro abusi, ora puniti con la requisizione e la destinazione a pubblica utilità (in alternativa alla demolizione – si ricordi), nascono tra il 2001 e il 2003, tutti solo formalmente rilevati (le burocrazie, complici i politici, sanno come tutelarsi) e tutti di fatto trascurati. Al punto che dieci anni dopo, una nuova indagine comunale (notate bene che per dieci anni non si è fatto nulla, mentre l’ultimo condono ha riguardato gli abusi fino al 2003) è costretta ad ammettere che le diffide e le ingiunzioni di demolizione notificate agli interessati sono rimaste lettera morta. E che, anzi, gli abusivi incappati nelle ordinanze punitive non solo non hanno rimosso le opere da demolire ma, addirittura, le hanno portate a termine e, in un caso, perfino ampliate, come a doppiare provocatoriamente l’abuso.

Il consiglio comunale (a meno di un rinvio che ritengo probabile) dovrà affrontare fra pochi giorni questo scottante dossier. Si tratta di quattro casi, ma non resteranno i soli, in un lasso di tempo brevissimo si aggiungeranno a queste di oggi  altre decine di delibere dello stesso tenore e contenuto. Eppure, anche di fronte a questo scenario che, per vari aspetti, ha i tratti di un vero e proprio dramma sociale la nostra amministrazione procede dimostrando una superficialità sconcertante. Nella riunione della commissione consigliare, il collega Enrico Pavia, da avvocato provetto quale è, ha dimostrato con ricchezza di argomenti come le delibere proposte siano lacunose: esse, infatti, evocano la pubblica utilità ma non portano un argomento a suffragarla. In questo modo – è facile prevedere – il procedimento potrà essere impugnato da chiunque, rischierà di essere inefficace, aprirà la strada ad altri mille contorcimenti legali e amministrativi. Ne abbiamo chiesto perciò il rinvio.

Ma c’è ancora un aspetto, che non pare angustiare nessuno e che invece è rilevante quanto il precedente. È la destinazione che ad alcuni di questi edifici si vuole dare. Non la destinazione, piuttosto facile da immaginare senza onere di prova, di “rimessaggio di mezzi comunali o in alternativa archivio”, che già ci dice molto sulla indeterminatezza che rende fragile la dichiarazione di pubblica utilità. Ma anche, e soprattutto,  quella – spiega il testo della delibera proposta – “per attività residenziali legate ai servizi socio-assistenziali erogati da questo Ente (centro diurno, strutture temporanee di ricovero, ecc.)”. Questa scelta, quand’anche – dopo il completamento dell’istruttoria oggi inesistente – si dimostrasse ben motivata dall’interesse pubblico, sarà foriera di tensioni sociali, di cui resteranno vittime proprio le persone più deboli che, destinatarie del servizio o beneficio, verranno percepite come utilizzatrici abusive di un bene non loro.

E a una domanda, infine, dobbiamo pretendere che si dia risposta. È credibile che un  abuso effettuato quindici anni fa e sanzionato tredici anni fa, non rimosso ma addirittura  completato e aggravato negli anni successivi, sia comparso alla vista degli amministratori solo dieci anni dopo e sia arrivato alla determinazione conclusiva (ed estrema) solo oggi?

Chi doveva sorvegliare e non lo ha fatto? Chi ha illuso il cittadino portandolo a credere che, come tanti prima di lui e vicini a lui, l’avrebbe fatta franca, perché una scappatoia si sarebbe aperta anche per il suo abuso? Chi ha lucrato politicamente da questa situazione di implicito (a voler essere buoni) ricatto e per quante campagne elettorali comunali e provinciali, regionali, politiche? Chi ha diseducato al rispetto delle regole, con i suoi comportamenti, i suoi ammiccamenti, le sue complicità? Chi ha trascurato una realistica ed efficace pianificazione del territorio comunale determinando stati di necessità rispetto ai quali – in molti casi non tutti – l’abuso è parso l’unica soluzione possibile?

Il consiglio comunale in cui verranno discusse queste delibere, che avranno, comunque la si metta, un effetto devastante per alcuni nostri concittadini e che preparano la grande marea di cui stiamo osservando solo le prime avvisaglie, farà il suo dovere se affronterà tutte queste domande. E se ammetterà, con un sussulto di consapevole dignità, che in quelle delibere da approvare si può leggere non un semplice atto amministrativo o la punizione di un abuso, ma (mi si perdoni l’impegnativa parafrasi gobettiana) l’autobiografia della nostra città, forse. Certo quella di chi l’ha amministrata nell’ultimo ventennio.

 

 

 

 

 

 

 

 

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