Unità delle liste civiche. Uno stato d’animo o un programma?

@TarcisioTarquini

Si è riaccesa la discussione sulla necessità di un’aggregazione delle liste civiche che competono nelle prossime elezioni amministrative. È un dibattito al quale non siamo estranei, perché quella cui abbiamo dato vita, Alatri in comune,  è una lista civica (e, ancor prima, una proposta programmatica civica), anche se, sul punto, esprimiamo idee diverse da quelle espresse da esponenti di altri raggruppamenti e, in particolare, dalla candidata sindaco di Programma Alatri, la dottoressa Ida Minnocci (Ciociaria Oggi e L’Inchiesta di ieri 24 marzo).

Va da sé che guardiamo con rispetto tutte le proposte che vengono presentate con spirito e finalità costruttivi, ma non possiamo non rilevarne tutti i limiti e quelle che a noi appaiono vere e proprie incongruenze.

Il primo aspetto riguarda la sostanza, e cioè se tutte le liste che si definiscono o si autodefiniscono  civiche lo siano davvero. Una caratteristica (anche storica) delle liste civiche è la loro distanza dal sistema dei partiti, una distanza che si misura non solo sul fatto di presentarsi sotto un simbolo diverso ma perché ne contestano e avversano ruolo, funzione e programmi. Questo primo dato mi pare sia assente, per esempio, nelle liste che sostengono la candidatura a sindaco dell’avvocato Enrico Pavia che, per esplicita ammissione, nascono da un conflitto interno al centro destra cittadino e, già nella fase di presentazione, hanno dichiarato l’obiettivo di voler costruire un nuovo asse capace di riunificarlo e rappresentarlo, senza peraltro nascondere gli illustri padrini politici che ne ispirano le mosse. È cambiato qualcosa da allora? Non mi pare e non capisco perciò come si possa accreditare di caratura civica un’operazione che ha un altro intendimento e lo dice con chiarezza.

Ancora più misteriosa è la ragione per la quale si sentano addirittura interpreti esclusivi della parte preponderante del movimento civico i rappresentanti della lista Alatri Unita (stamattina, 25 marzo su Ciociaria Oggi) che è componente di una coalizione della quale fa parte – questo sì – la parte prevalente del sistema dei partiti della nostra città, e cioè il Pd e il Psi di Schietroma. Il criterio della distinzione netta dai partiti – ripeto – non è un elemento accessorio ma il carattere più autentico di una formazione civica che, in caso diverso, è null’altro che una estensione dei partiti per arrivare a coprire fasce elettorali altrimenti irraggiungibili, un modo dunque di rafforzare non indebolire quella sorta di camicia di forza che imprigiona la nostra città e, come più volte detto, ne spegne le energie vitali.

Il discorso sull’aggregazione civica dovrebbe perciò riguardare solo i gruppi che stanno fuori di questa logica e hanno vera indipendenza di azione, che sono quindi padroni di se stessi e delle loro scelte. E che sono pronti a dare prove concrete di questa loro indipendenza.

Su questo piano si colloca il dibattito con una lista come Programma Alatri, di lunga anche se non sempre lineare tradizione civica, visto che in qualche occasione si è apparentata direttamente o indirettamente con i partiti che oggi amministrano il nostro comune: Giuseppe Morini, in un certo senso, è l’espressione di questo meticciato politico, perché è stato sindaco della lista civica Programma Alatri, già allora appoggiata dal Pd, ed oggi è esponente dello stesso Pd, anzi – a quanto si capisce – più specificamente di una certa corrente del Pd. Lo stesso Pd, forse, è un agglomerato non di liste civiche ma di liste personali, una sorta di super comitato elettorale che per comporre i vari interessi che in esso confluiscono si è votato, in questi cinque anni, all’immobilismo, appena abbellito da qualche orpello di puro dettaglio.

 Il confronto con Programma Alatri, dunque, può avere una sua ragionevole fondatezza. Ma, se esso si affronta con serietà e non con intenti solo propagandistici (e cioè con la volontà di dimostrare che gli accordi sono impossibili perché sono gli altri a non volerli, in quanto o troppo sofisticati o troppo ambiziosi), lascia emergere anche i punti veri di contrasto. Il primo – lo abbiamo ripetuto in più occasioni – riguarda l’idea che sia sufficiente mettere insieme tutti gli anti Morini per vincere: si scambia cioè un ipotetico dato numerico per un elemento di forza politica. In politica, anche nella nostra dimensione politica cittadina, non sempre due più due fa quattro, spesso il risultato della somma è tre. E questo è tanto più vero se le questioni programmatiche vengono sottovalutate o considerate appena un dettaglio che si può facilmente piegare alle convenienze. In fondo, se su un programma scriviamo “rilancio turistico di Alatri” e poi aggiungiamo tutti “i rilanci” di cui la nostra città ha bisogno perché non dovremmo trovarci d’accordo? Il punto è che sul “rilancio turistico” di Alatri e su tutti gli altri “rilanci” necessari non c’è chi non sia d’accordo da anni, eppure continuiamo a parlarne senza che, dopo averlo proclamato, si sia fatto un vero passo in avanti per realizzarlo. È evidente che nel metodo c’è qualcosa che non va, che la genericità non aiuta e che, il più delle volte, dietro il titolo del paragrafo non c’è nulla o solo luoghi comuni. E, in questo senso, qualche dubbio dovrebbe nascere dal fatto che nel quindicennio passato si sono avvicendate amministrazioni di colori opposti senza che il risultato sia cambiato: i vari “rialzati Alatri”, “risvegliati Alatri”, “Alatri merita di più” hanno prodotto la situazione disastrosa di oggi.

Unirsi esclusivamente per vincere non solo non aiuta a vincere, ma elude il problema vero che è quello di governare assicurando alla città quella svolta radicale di cui c’è bisogno per arrestarne il declino, che va avanti da anni e non è cominciato con la giunta Morini. Si possono vincere le elezioni (qualcuno deve pur vincerle) ma poi perdere la prova più ardua, quella di cambiare la città. Per non correre questo rischio le premesse debbono, perciò, essere chiare.

In questi mesi noi abbiamo elaborato una piattaforma programmatica che ci ha portato a incontrarci, finora, con le liste di Prospettiva Futura e Patto Civico, condividendo l’urgenza di dare sostanza politica e programmatica alla discontinuità profonda che invochiamo come sola speranza di cambiamento. I temi della nostra proposta sono pubblici, su di essi abbiamo riscontrato convergenze, approfondimenti, prospettive nuove alle quali in un primo momento non avevamo attribuito la centralità che meritano. Siamo arrivati, per esempio, a maturare una nostra forte convinzione sulla necessità che sull’intera questione dell’acqua e sul rapporto dei comuni con l’Acea si scriva una nuova pagina, in cui contino di più la tutela dei cittadini e delle famiglie piuttosto che gli equilibri politici e di potere che hanno tollerato inadempienze e ritardi del gestore del servizio idrico. Su questo tema, per esempio, quale è la posizione delle altre liste civiche? Si può concepire un accordo programmatico per “governare” che non sia chiaro su questo punto? E se questo punto lo si considerasse un dettaglio, o se su di esso si dovessero registrare differenze di vedute, come quelle manifestatesi in questi giorni, con quali prospettive si andrebbe a governare insieme? In queste settimane abbiamo parlato di nuovo piano regolatore generale e di riqualificazione territoriale, di partecipazione diretta dei cittadini alle scelte più impegnative dell’amministrazione, di riforma della macchina amministrativa per fare del comune un produttore di valore pubblico, di rivalutazione di una sanità vicina al cittadino, di tassazione locale incentivante i cittadini e le attività produttive, di piano di distribuzione della fibra ottica per farne una ricchezza vera e utilizzabile dal “sistema” Alatri, di città degli studi, di aggregazione e identità comunitaria, di forum dei giovani per una città del futuro, di agricoltura e lavoro dei giovani, e altro ancora. E per ciascuno di questi temi abbiamo indicato esempi e proposto soluzioni. Non abbiamo avuto neppure una risposta di merito, oppure sono affiorati atteggiamenti di malcelato fastidio.

Non è vero dunque che non abbiamo cercato il dialogo, la verità è che nessuno dei temi che abbiamo lanciato, e che i cittadini hanno mostrato di apprezzare, è stato considerato meritevole di discussione – discussione pubblica – da chi oggi dice di volere unità su un programma.

In più, si è usato l’espediente di proporre le primarie (che si stanno coprendo di ridicolo quasi ovunque, pure quando riguardano candidati dello stesso partito) per decidere chi dovrebbe rappresentare l’insieme delle liste civiche. Ma per rappresentare che? Allo stato dei fatti: uno stato d’animo più che una proposta di governo della città. Noi non chiudiamo nessun discorso, ma vorremmo che si andasse al di là degli stati d’animo, soprattutto se il loro alimento principale dovesse essere e restare il rancore. Ho letto in questi giorni, su face book, una frase di Pietro Nenni che non conoscevo: “la politica si fa con i sentimenti, non con i risentimenti”. La condivido.

 

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