Canto del disincanto di un giovane che resta

@LorenzoLatini

Abito in un paesino qualunque di circa 30mila abitanti.
In questo paesino domenica c’è stato il ballottaggio. Nelle ultime due settimane, di fatto, non si è parlato d’altro. I Guelfi accusavano i Ghibellini delle stesse cose per cui i Ghibellini si scagliavano contro i Guelfi.
Ma ho notato che tutte e due le fazioni battevano con insistenza sul tasto della “cultura”. Che pare vada assolutamente rilanciata, da ‘ste parti. Ci siamo accorti che non possiamo più vivere, senza.
“Cultura, cultura, cultura!”, dicevano. “Meno sagre e più cultura!”.

Peccato però che Guelfi e Ghibellini, spesso a braccetto, scambiandosi sorrisi e pacche, popolavano ingiaccacravattati suddette sagre. E bevevano insieme e ruttavano insieme e ridevano insieme. E subito hanno riempito di sberleffi e pernacchiette l’unico sfidante che, a differenza loro, la cultura la vive davvero, e non la usa solo per riempirsi la bocca. “Dove vuoi che vada, quello là?”, si dicevano Guelfi e Ghibellini dandosi di gomito e sghignazzando. “Butta un po’ di cemento su quella strada, e sono trenta voti. Prometti iniziative e progetti per i giovani: eccone altri cinquanta. Dì che bisogna cambiare le cose, che c’è bisogno di una svolta: bene, ne abbiamo in tasca altri cento! Ora, prendi le parti dei commercianti et voilà! Duecento voti in più!”.

Poi, per strada, mi è capitato di incontrare un gruppetto di persone che non vivono più nel mio paesino: loro sono di quelli che ci tengono a fartelo sapere, che se ne sono andati. Ne vanno tremendamente fieri, come se questo dovesse chissà perché fare di loro degli esseri umani migliori, e mi hanno ripetuto mille volte: “come fai a continuare a vivere in questo paese, non vedi che è morto?”. E se la prendevano con quelli che qui ci vivono ancora – me compreso – perché non abbiamo cambiato le cose durante la loro assenza. E tali individui mi hanno ricordato la storiella del “vai avanti tu, che a me me scappa da ride”.

Cultura, dicevamo.
Cultura dell’aperitivo il sabato sera?
Cultura del “parcheggio dove mi pare”?
Cultura del “mi candido pure se a malapena so leggere”?
Cultura del “se ti serve un aiuto, sono a tua disposizione, lo sai: però domenica prossima quando sei in cabina, pensami, ok?”.
Cultura del “ogni volta che torno da queste parti mi rendo conto del perché me ne sono andato: che arretratezza, che inciviltà, che noia, che insopportabile mediocrità umana!”.
Quale cultura volevano quei Guelfi e Ghibellini che la cultura l’hanno sempre evitata come la peste?

Mi hanno fatto la morale, Guelfi e Ghibellini, perché al ballottaggio non sono andato a votare nessuno dei due candidati, nei quali non credevo. “C’è gente che è morta, per permetterti di votare”, mi hanno fatto notare i Guelfi nostalgici del Duce. “Così farai vincere gli ignoranti”, dicevano i Ghibellini che hanno soppresso qualsiasi iniziativa artistica che si rivolgesse ad un pubblico di età inferiore ai settant’anni.

Poi le feste, per strada e sui social, dei vincitori. Ma ancora non ho capito se ad avere la meglio siano stati i Guelfi o i Ghibellini. Ma forse, mi dico, in fondo non è nemmeno importante. Tanto poi siamo tutti amici e guarda che se mi dai una mano, Guelfo, poi noi Ghibellini ti diamo una mano a te. E magari alle prossime elezioni corriamo insieme, hai visto mai?! Sarebbe fico, no?

Quindi, ricapitolando: i Guelfi mi hanno accusato di aver contribuito allo sfascio del paese perché non li ho votati, i Ghibellini mi hanno dato addosso perché il mio non voto è contro qualsiasi etica. E quelli che sono nati nel mio stesso paesino, ma che non ci vivono, quelli che “me ne sono andato perché le mie ambizioni e la mia voglia di cultura sono troppo ampie per rimanere confinate in provincia”… eh, loro pure se la sono presa con me. Perché, “che diamine, non solo continui a vivere qui, ma nemmeno cambi le cose?!”.

Quindi qui il problema sono io: e per “io” intendo “noi”, è ovvio. Noi che ce ne stiamo qui, e non facciamo la rivoluzione Guelfa o Ghibellina, siamo il vero problema di questo paesino. Noi che dubitiamo e non facciamo il tifo da stadio per una delle due fazioni, noi che in tutto questo tourbillon di asfalto e promesse mai mantenute e voti di scambio e innovazione e slogan populisti, esitiamo. La colpa è nostra, se le cose restano sempre uguali e i poveri rimangono poveri mentre i ricchi continueranno a mangiare alle nostre spalle.
Non sono né Guelfo, né Ghibellino. Né tantomeno faccio parte del Movimento delle Sette Stelle di Okuto, tanto per mettere le cose in chiaro. Non mi piace la politica, o meglio: non mi piacciono le persone che fanno politica. Non mi piacciono le strette di mano che nel giro di un mese si tramutano in pugnalate alle spalle per una poltrona, e non mi piacciono i comunicati stampa al vetriolo nei confronti dell’assessore con il quale andrai a cena ogni sera nella prossima legislatura. Non mi piacciono i saluti affettati fuori dal seggio il giorno delle elezioni, quell’abitudine che ha un vago sapore di intimidazione mafiosa, quel far notare la propria presenza, come a dire: “Oh, io sto qua. Tu vedi un po’ che devi fa’…”.

Ma al mio paese voglio bene, e tanto.
E’ per questo che alle prossime elezioni ho deciso di candidarmi. Tempo per prepararmi ne ho anche troppo. Stringerò mani che non ho alcuna voglia di stringere, darò pacche e sarò brillante e cordiale e simpatico con tutti i voti. Ehm… volevo dire… con tutte le persone. Dirò che ho deciso di concorrere perché stufo del solito clientelismo del quale farò largo uso, dirò che è tutto uno schifo mentre da tale schifo trarrò tutti i vantaggi possibili. Leggerò Dostoevskij prima di un comizio davanti ai professoroni e farò il gesto dell’ombrello quando le circostanze lo riterranno opportuno. Parlerò male degli immigrati con gli italiani e male del nostro popolo con i tanti stranieri che vivono qui. Vedrete, sarò un politico locale eccellente.

E ho già pronto uno slogan che è una bomba: “Cultura, cultura, cultura!”.

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