Diritto all’acqua, secondo la Regione Lazio e quella siciliana

I regolamenti che attuano la legge regionale del Lazio che “ripubblicizza” l’acqua dovevano essere pronti in sei mesi. Ne sono passati quasi ventiquattro e ancora non ce n’è notizia. La legge ha rinviato tutti i suoi punti qualificanti a questi provvedimenti successivi. Perchè? Chiediamo che il Consiglio regionale approvi urgentemente un emendamento che stabilisca il diritto a una quantità minima gratuita di acqua. Come vuole l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Chiediamo, inoltre, che lo stesso principio venga inserito nello Statuto del Comune di Alatri, come è già accaduto e sta accadendo in molte città.
@Alatriincomune
La Regione Sicilia sta discutendo, nell’assemblea regionale, la sua legge di ripubblicizzazione dell’acqua.
La Regione Lazio una legge dal medesimo titolo l’ha già approvata nell’aprile del 2014, ma fra le due – quella già in essere e quella che si sta preparando – c’è almeno una differenza su un punto fondamentale. La bozza siciliana prevede, infatti, l’obbligo per chiunque gestirà il servizio idrico integrato della regione di garantire a tutti i cittadini il minimo di acqua vitale, fissandone la soglia in 50 litri al giorno a persona. Nella legge approvata dal nostro Consiglio regionale all’articolo 8 si enuncia “il diritto all’acqua” ma se ne rinvia la definizione alla Carta regionale del servizio idrico, da approvarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge stessa.
Di mesi ne sono passati quattro volte tanto e di questa Carta (così come di tutti i decreti attuativi che concernono la partecipazione) non c’è ancora nessuna traccia sul bollettino ufficiale della Regione. Ci domandiamo, con quale logica si sia deciso di rinviare a un provvedimento successivo a quello principale l’enunciazione di un diritto, e delle modalità concrete della sua attuazione, che dovrebbe essere posto al centro della legge, essendone il cuore. Il rinvio ad un atto successivo ne diminuisce, infatti, il significato e la portata.
E ci chiediamo perché mai non abbia trovato posto nella legge la semplice, inequivocabile e non negoziabile affermazione che la prima attuazione del diritto all’acqua è di non privarne nessuno, moroso o meno che sia rispetto a chi abbia avuto l’incarico di distribuirla. Ogni dubbio, di fronte a una norma così evidentemente incompleta, è legittimo.
Non c’è che un modo di fugarlo: approvare di gran carriera un emendamento integrativo alla legge 5 del 2014 che stabilisca, come stanno decidendo in Sicilia e come è scritto nello Statuto dell’acqua pubblica del comune di Napoli, che il diritto all’acqua coincide con l’obbligo di non privarne nessuno, assicurando a ogni persona il quantitativo giornaliero stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per i morosi si usino altri mezzi per recuperare il dovuto, per i morosi incolpevoli intervenga un fondo di solidarietà sociale, al quale le aziende stesse concorrano con parte dei ragguardevoli profitti che maturano ogni anno.
Noi, perciò, chiediamo che il Consiglio regionale voti un emendamento all’articolo 2. Dopo “L’acqua è un bene comune naturale e un diritto universale. La disponibilità e l’accesso collettivo e individuale all’acqua potabile in attuazione dei diritti costituzionali sono garantiti in quanto diritti inalienabili e inviolabili della persona” si aggiunga: “Ogni cittadino ha diritto di ricevere gratuitamente un quantitativo minimo di acqua corrispondente a 50 litri giornalieri”. Le modalità potrà poi stabilirle la Carta regionale, ma solo le modalità.
Chiediamo, infine, che il Consiglio Comunale di Alatri inserisca nel suo Statuto lo stesso principio. Un diritto è un diritto, ed è bene ribadirlo in tutte le sedi, soprattutto se viene così di frequente dimenticato.

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