IL PASTICCIO DELL’ACQUA. CONTROVERSIA COMUNE DI ALATRI – ATO 5. IN LITE CON NOI STESSI

Un accordo con l’ATO 5 (di cui il comune di Alatri fa parte e che riscuote per conto nostro gli oneri concessori e le rate di mutuo che l’Acea ci deve) porta nelle casse comunali oltre 3 milioni e 300 mila euro. Ci daranno un po’ di liquidità e ci permetteranno di pagare una fetta del debito. Ma l’atto “transattivo” votato dalla Giunta comunale lo scorso 13 settembre, a piano di riequilibrio ancora caldo, pone alcuni interrogativi sul passato, sul comportamento dell’ATO 5, sulle prospettive. E suggerisce la richiesta, da avanzare immediatamente, di riscuotere direttamente dall’Acea quello che l’Acea deve a noi (e non all’ATO 5). 

@tarcisiotarquini

La Giunta Comunale, nella seduta del 13 settembre immediatamente successiva al Consiglio comunale del piano di riequilibrio, ha approvato lo schema di un accordo transattivo con l’ATO 5 (di cui Alatri fa parte) con il quale il nostro comune, rinunciando all’esecuzione del decreto ingiuntivo che avrebbe imposto all’ATO stesso di versargli 3.319.487,75 euro, riceverà la medesima somma in due tranche, la prima entro venti giorni dalla firma dell’atto, la seconda entro la fine dell’anno. Questo significa che nelle esauste casse comunali, in breve tempo, entrerà una parte dei residui attivi registrati nel bilancio con un conseguente beneficio di liquidità che permetterà di pagare una fetta dei cosiddetti debiti di funzionamento finora accumulati. C’è da esserne contenti. Una volta esauriti, però, i prevedibili festeggiamenti con le altrettanto prevedibili dichiarazioni di vanto di sindaco e assessori per aver ottenuto la riscossione di un credito a noi dovuto e finora non soddisfatto, bisognerà porsi alcune domande che è lo stesso atto di transazione a suggerire.

Nel documento, preparato dall’avvocato incaricato dal comune, si ricorda che questa somma, relativa al periodo 1 gennaio 2012-31 dicembre 2016, è rivendicata dall’amministrazione comunale perché è esattamente quanto noi abbiamo già pagato per i mutui, rimasti a nostro carico, connessi alla realizzazione di opere per l’acquedotto e i depuratori passati in gestione all’Acea nel 2004. Erano quote che l’Acea avrebbe dovuto, per contratto, restituire direttamente al comune visto che acquedotto e depuratori, costruiti con nostri impegni finanziari, sono da questa azienda utilizzati per attuare il servizio che paghiamo con sonore bollette, ma che, per una scelta sbagliata compiuta da chi aveva nel 2003 stipulato la convenzione con il soggetto gestore del servizio idrico, debbono passare all’ATO 5 e da questo essere girati al comune (con una parte che resta all’ATO per coprire le spese del suo funzionamento: quello della Segreteria Tecnica Organizzativa che, tanto per dire, non è certo immune da responsabilità nell’infelice gestione dell’acqua della nostra provincia e di quella contestata attività di controllo che non pare essere stata esercitata con l’efficacia – e forse, qualcuno aggiunge, la diligenza – necessaria).

L’ATO 5, opponendosi al decreto ingiuntivo, ha sempre sostenuto, e continua ancora adesso a sostenere, che quelle somme, rivendicate dal comune di Alatri, non poteva versarle dal momento che  non le aveva ricevute da Acea, nell’atto transattivo perciò precisa che la sua convinzione in merito non è affatto mutata ma, per la favorevole circostanza di essersi ritrovata in cassa la cifra necessaria, per questa volta farà un’eccezione, pagherà il comune seppure con l’avvertenza che il pagamento non potrà costituire un precedente e che dunque le rate di mutuo che matureranno già a partire dal 2017 (parliamo di circa 660 mila euro l’anno) non avrà la possibilità, e non ha nemmeno l’intenzione, di versarle.

C’è da domandarsi, innanzi tutto, come faccia l’ATO 5, se l’Acea non le ha pagato quanto doveva, a ritrovarsi in cassa una somma così consistente come quella che adesso si impegna a versare al nostro comune. Nell’atto viene spiegato che l’ATO 5 si trova in condizioni di poterlo fare perché  nel frattempo “Acea ha provveduto a pagare alcuni canoni”, ma allora se il gestore ha pagato perché l’ATO  ha tardato a compiere quanto impostogli dalla convenzione e si è dovuto far ricorso all’atto transattivo? Avrebbe dovuto pagare e basta, senza eccepire né transare nulla. E’ vero che “a caval donato non si guarda in bocca”, ma penso che per l’opinione pubblica, e comunque per chi amministra, la risposta a questo interrogativo rivesta un qualche interesse.

Nell’atto transattivo, poi, come detto, si esclude che accordi bonari di questo tipo possano ripetersi, la conflittualità delle posizioni resta inalterata e con essa resta pure inalterato il meccanismo che ha generato la reiterata insolvenza dell’ATO nei nostri confronti, perciò nei prossimi anni – se non si dirime la questione sul chi debba pagare chi e in che tempi – il beneficio ricevuto dalle nostre casse con questa “una tantum” verrà neutralizzato dal formarsi di un nuovo vuoto di liquidità.

Intanto accontentiamoci di questo, dell’uovo di oggi visto che non siamo certi di riuscire ad afferrare la gallina domani,  avranno pensato i nostri amministratori, rinunciando ad attestarsi su una linea più rigida: quella di attendere le udienze già fissate nell’ormai prossimo mese di novembre per avere ragione in un contenzioso che non dovrebbe riservare sorprese. E del resto ci sarebbe, a sorreggere la nostra rivendicazione, l’esecuzione “provvisoria” del precedente decreto ingiuntivo (richiesto e ottenuto dall’assessore della Giunta Magliocca, Remo Costantini) emesso nel 2011 e in forza del quale abbiamo incassato all’incirca un anno fa “la sorte” di quanto dovutoci per gli anni 2008 – 2011 (1 milione e mezzo di euro, restano in ballo gli interessi).

Sulle valutazioni giuridiche (chiaramente esposte dal nostro avvocato) non entriamo, su quelle politiche sì, perché è davvero paradossale che il nostro comune sia costretto a scendere a patti con un Ente di cui fa parte, che ha contribuito a costituire e che, ora per non pagarci quanto ci deve, si rifugia dietro la considerazione, a nostra condanna e disdoro, che, solo che l’avessimo voluto, quando ciò sarebbe stato ancora possibile e avremmo potuto richiederlo,  avremmo ottenuto che l’Acea pagasse il dovuto direttamente a noi, senza passare per la strada più lunga e incerta dell’ATO 5. Ma allora se le cose stanno così, ripariamo al mal fatto: chiediamolo adesso, chiediamo che i prossimi canoni concessori con le relative rate di mutuo l’Acea le paghi direttamente a noi, senza un’intermediazione incomprensibile e soprattutto inutile e dannosa. E se c’è qualcosa che bisogna versare all’ATO 5 per mantenerne in piedi la struttura – come questo ente lamenta nella sua memoria difensiva – versiamolo noi dopo aver riscosso la rata che ci tocca, magari una volta  accertato che il servizio tecnico di controllo e di assistenza per cui esso è stato istituito sia stato davvero svolto con lo scrupolo (e il beneficio pubblico) dovuto.

 

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