Sindaci davanti all’Acea: arrabbiati, impotenti, furbi

Un’assemblea promossa dalla Camera di Commercio per proporre una soluzione condivisa della controversia tra sindaci e Acea si trasforma in una specie di corrida. Il sindaco del capoluogo interrotto nel suo intervento e invitato con le maniere forti a lasciare la tribuna non ci sta, il presidente dell’ente camerale minaccia di “caricarlo di botte”, il vice prefetto viene accusato di essere venuto meno ai suoi compiti istituzionali, l’amministratore delegato dell’Acea Ato 5 osserva imbarazzato. Eppure aveva fatto un’importante ammissione. Stava forse là, l’apertura per un nuovo accordo? Intanto le tariffe – tempo trenta giorni – aumenteranno, lo impone la diffida dell’Autorità del gas e dell’energia. E adesso?

@TarcisioTarquini

La riunione tra sindaci dell’Ato 5, presidente della consulta d’ambito (nella persona del presidente della provincia Pompeo) e Acea (nella persona dell’attuale amministratore delegato Saccani), promossa dalla Camera di Commercio (nella persona del suo presidente Pigliacelli), è finita come era facile prevedere sarebbe finita: nulla di fatto e insulti fino a sfiorare la rissa. Le cronache ci raccontano del sindaco di Frosinone Ottaviani “tacitato” a forza per aver sforato i tempi assegnati al suo intervento, del caos seguito all’entrata in scena del servizio d’ordine invocato dal presidente della Camera di commercio, delle polemiche avvelenate che si sono rincorse per tutto il resto della giornata.

Se l’intento, dunque, di chi ha pensato e organizzato l’incontro era ottimo, quello di aprire un filo di dialogo tra posizioni sempre più inconciliabili (e nessuno è autorizzato a dubitarne, fino a prova contraria), il risultato è stato catastrofico, anche perché l’evento è stato gestito come una teoria di spot da tre minuti l’uno (si è detto, una tempistica europea) in cui inevitabilmente ciascuno degli oratori ha estremizzato, per sintesi, le sue posizioni chiudendo le porte a riflessioni comuni e a eventuali ripensamenti.

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Posizioni note e scontate, dunque, (a cominciare dalla dichiarazione di Pompeo che ha ribadito che a suo giudizio non esistono le condizioni legali di una risoluzione del contratto), ma con alcune importanti ammissioni di Saccani (la prima è anche una sua chiave interpretativa del conflitto di questi mesi).

Per il capo dell’Acea Ato 5, infatti, l’origine di tutto sta nel “modello” contrattuale scelto nel 2003, e cioè la concessione del servizio idrico all’azienda secondo modalità che alla fine si sono rivelate causa della diffidenza e della conflittualità successiva. Un ammiccamento ingenuo alla platea? Oppure un suggerimento? Per Saccani i rapporti con gli enti e le comunità interessate funzionano molto meglio, in altre regioni, dove, anche con la presenza di Acea, si sono create società miste in cui la partecipazione privata non ha sfrattato la partecipazione pubblica, dando vita così a un sistema in cui gli enti locali sono direttamente coinvolti nella gestione del servizio e – aggiungo io, ma credo di non travisare il pensiero del manager – contribuiscono a determinarne gli obiettivi, ne controllano l’attuazione, sono compartecipi di tutte le utilità prodotte.

C’è da domandarsi perché non si sia fatto così anche da noi. E c’è da dire che è esattamente questo  che i sindaci del fronte del No all’Acea pensano di proporre oggi (anche se di ufficiale sulla questione non c’è ancora nulla).

L’altra ammissione di Saccani, che se ne è detto imbarazzato e rammaricato, riguarda le tariffe, da noi più alte della media nazionale. Sulle conseguenze di questa affermazione  non ha aggiunto alcun commento. Sul fatto, cioè, che da noi le tariffe abbiano oltrepassato la soglia della sopportabilità “economica” delle famiglie e che, perciò, ogni seria riconsiderazione dei rapporti con il gestore del servizio idrico debba partire da questo punto, l’ad di Acea non si è espresso; e, del resto, non era questo il compito che gli spettava. Da questo dato, però, debbono partire tutti quelli che rappresentano gli interessi delle comunità e dei cittadini per raddrizzare un discorso che si è messo ormai su un piano inclinato alla fine del quale si conteranno solo morti e feriti. Sia che Acea vada via, sia che la risoluzione del contratto, alla fine, svapori nel nulla. Il resto è questione di avvocati. Non esclusa la diffida, di cui il presidente Pompeo ha informato l’assemblea in diretta complice lo smartphone, che l’Autorità dell’energia ha inviato questa mattina stessa alla Consulta, dando trenta giorni di tempo per approvare la nuova tariffa (quella degli aumenti ulteriori) finora negata dalla maggioranza dei sindaci. C’è da indovinare chi ci rimetterà?

(nelle foto, la sala prima del caos)

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