Le botteghe chiuse del centro storico. E quelle aperte degli artisti

Quante sono le botteghe chiuse del centro storico di Alatri? Quanti negozi hanno abbassato serrande e chiuso i battenti negli ultimi anni? Non c’è da cercare la risposta nei dati di un qualche censimento, basta fare una passeggiata tra porta San Pietro e porta san Francesco per fare il conto della progressiva chiusura della parte storica della città, un processo che è cominciato con la cancellazione delle storiche attività commerciali delle Piagge, spopolatesi a partire dalla metà degli anni settanta del secolo scorso, ed è proseguita fino a risucchiare nel nulla anche la parte più alta del paese, quella che faceva bella mostra degli esercizi commerciali più eleganti, come i negozi di abbigliamento o le drogherie di tradizione o i laboratori artigianali, la cui fama oltrepassava le mura cittadine e attraeva compratori e curiosi provenienti da ogni parte della regione.
Negli ultimi anni, un gruppo di pittrici e pittori, tra cui una finissima decoratrice, ha cercato di arrestare e invertire la tendenza al declino; sono state così aperte, lungo corso Vittorio Emanuele e più su, botteghe ed esposizioni d’arte (ma anche enoteche e bar giovanili) che, come ha rivelato un recente sondaggio condotto da Clelia Di Pippo per il movimento civico “Prospettiva Futura”, suscitano l’interesse e l’ammirazione dei turisti che scelgono, quale mèta fugace dei loro viaggi, la nostra città.
Si tratta di tentativi lungimiranti, vere e proprie sfide contro la rassegnazione, segni di una vitalità che dovrebbe essere blandita e incoraggiata perché da essa potrebbe scaturire una delle tante scosse, una delle tante scariche elettriche, di cui il nostro centro storico ha bisogno per recuperare ruolo e funzione. Da chi governa la città non arriva però nulla: non dico una scossa ma nemmeno un pizzicotto di incoraggiamento, e perciò queste botteghe di artisti d’ogni età, sorta e genere paiono minuscole turbine di energia che si disperde nel vuoto e nell’abbandono circostanti.
Oggi, chi volesse aprire un esercizio commerciale nel nostro centro storico non saprebbe come fare. O meglio imparerebbe subito (è accaduto di recente a una nostra amica che poi ci ha confidato il suo sconforto) che i costi per adattare alle norme dell’agibilità i locali a pianterreno, un tempo destinati a negozi e attività artigianali, rappresentano un ostacolo pressoché insuperabile, anche ammesso che superabili siano i limiti strutturali degli stessi ambienti.
Sarebbe stato saggio adottare per tempo un piano particolareggiato del centro storico che, affrontando tali limiti, dettasse norme e deroghe opportune, preoccupandosi più dell’esistenza di garanzie di sicurezza sostanziali che delle prescrizioni formali pensate spesso per realtà e dimensioni diverse. Ma questo strumento, o uno strumento analogo segnato dalle medesime finalità e flessibilità, non c’è, non è stato realizzato (in realtà ci fu un tentativo ma abortì) e nessuna delle amministrazioni succedutesi in questo ultimo ventennio lo ha considerato una priorità da affrontare senza indugi e incertezze.
Quando parliamo di risistemazione urbanistica del nostro territorio pensiamo anche a questo. Pensiamo a terapie d’emergenza per il centro storico, che ricreino le condizioni per riportare al suo interno attività nuove che, altrimenti, fuggono dalla parte della nostra città di maggior pregio artistico e architettonico e cercano sbocco altrove. Alla metà degli anni settanta – gli anni del grande esodo verso la prima fascia periferica – ci furono quelli che suggerirono di investire i finanziamenti dell’edilizia economica e popolare nel centro storico, come stava avvenendo, ad opera dell’Istituto autonomo delle case popolari, in alcune città storiche del centro-nord del paese. Ero in quegli anni, giovanissimo e appassionato di politica sociale come lo sono adesso, tra i sostenitori di quella scelta. Si preferì la strada delle costruzioni più semplici, degli interventi modulari “extra moenia”, ma fu uno sbaglio. Il tempo perduto e gli errori accumulati non sono né recuperabili né cancellabili. Ma si può cominciare, però, una nuova storia, con una grande azione di recupero dell’abitato del centro storico e con la riscrittura di norme che favoriscano il ritorno in esso di tante attività oggi espulse al pari di corpi estranei. E lo si può fare, partendo dalle botteghe degli artisti e degli artigiani, che con le deboli intermittenze delle loro luci dimostrano però che qualcuno si è già fatto avanti e altri aspettano forse l’occasione giusta per riprovarci.
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