Dopo cinquanta anni, un nuovo Piano Regolatore

di @MarcoOdargi

Era il 1965 e l’Architetto Federico Malusardi, insigne docente di urbanistica alla facoltà di Architettura di Roma, nel corso della procedura di approvazione e adozione del primo e unico piano regolatore di Alatri, da lui redatto, scrisse un articolo sull’allora importantissima rivista nazionale di Urbanistica dal titolo Alatri al bivio. In questo piccolo scritto il Prof. Malusardi esponeva con estrema sintesi e chiarezza il grande salto verso la civiltà che l’Amministrazione compì quando DECISE di pianificare il proprio territorio e scrisse “…L’amministrazione dovrà dunque scegliere: o un cammino programmato sulla base dei soli valori che ancora permangono nel piano, per un organico sviluppo che sia veramente civile e democratico, o la conferma di un metodo non più attuale che ha per suoi cardini il possibilismo, la settorialità del caso per caso, l’arbitrio”.

Era il 1965 e la voglia di crescere e la necessità di una visione del futuro hanno dato lo slancio, a coloro che amministravano il paese, per uscire allo scoperto sottoscrivendo il primo Piano Regolatore Generale di Alatri.

Era il 1965 e Alatri era simbolo di coraggio innovazione e civiltà! Si trovò davanti ad un bivio e decise di intraprendere la strada della crescita organizzata all’interno di uno strumento urbanistico. Non stiamo qui a dire se la visione di allora sia stata quella giusta.

Non vogliano indagare se il comune abbia, o non abbia giovato appieno della pianificazione dettata dal PRG del professor Malusardi. Non si vuole neanche accusare chi in questi anni, nella mancanza di regole più precise e puntuali ha trovato terreno fertile per incrementare nei modi più disparati i suoi affari. A questo punto non importa. Ciò che si chiede oggi e che si torni a decidere. Alatri nel 1965 ha deciso. Ha preso una strada, con responsabilità e dedizione, senza paura alcuna, avendo certamente consapevolezza di poter sbagliare, ma ha deciso.

Era il 1965 e sono passati 50 lunghissimi anni dal quel bellissimo articolo sulla rivista di Urbanistica e da allora nessuno ad Alatri ha avuto la voglia, la capacità e la necessità di prendere nuove decisioni organiche sulle destinazioni del suolo rispetto alla sua evoluzione. Nessuno ad Alatri, pur se in piena controtendenza rispetto a tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni nel mondo civile, ha ritenuto il PRG un documento dinamico che si evolve e che rappresenta l’unico strumento per garantire la crescita sociale ed economica di un ambito territoriale. Questa attività complessa e dinamica che si chiama PIANIFICAZIONE DEL TERRITORIO, nel suo significato più alto, è scomparsa ad Alatri ormai da troppi anni. Il bivio di Malusardi oggi è caduto in un inesorabile baratro e insieme al lui tutti coloro che credono di poter vivere e lavorare in un’area lasciata al suo destino con le sue vecchie regole che non dialogano più con la realtà. La fotografia scattata sul paesaggio di Alatri dal PRG vigente è vecchia e sbiadita con la conseguenza che ne corrisponde una visione distorta e nessuno sembra accorgersene. Oggi stiamo ripercorrendo al contrario la strada intrapresa all’alba del primo PRG basata sullo sviluppo organico e democratico.

Era il 1965 e da allora ad Alatri nessuno più decide. Nessuno programma. Nessuno pianifica. La parola d’ordine è improvvisazione come è dimostrato dalle decine di varianti puntuali al piano vigente per realizzare anche la più elementare delle opere pubbliche. E pensare che gli strumenti normativi oggi messi a disposizione dal legislatore consentirebbero margini di crescita e di quindi, di speranza per coloro che vivono o che vorrebbero investire ad Alatri. Ma purtroppo Alatri, oggi definito un “caso” in ambito regionale, è un territorio ancora a destinazione totalmente agricola abitato da non agricoltori. Niente pianificazione, niente crescita, niente speranza, niente futuro.

E’ il 2015 e Alatri nel bivio…. ha preso la strada sbagliata, quella del possibilismo, della settorialità del caso per caso e purtroppo, dell’arbitrio dettato dalla necessità di crescere malgrado regole vecchie e non più utili allo scopo.

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